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Da backpacker nello Zanskar, l’antico regno perduto del Ladakh

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Un viaggio in Ladakh è un viaggio all’insegna della lentezza, della consapevolezza e delle poche comodità. Del resto, stiamo parlando di una regione particolarmente isolata e selvaggia, poco antropizzata e ideale per i viaggiatori in cerca del giusto mix di avventura e di spiritualità buddhista.

Tutto ciò si accentua inevitabilmente non appena si mette piede nello Zanskar, l’antico regno perduto che oggi permane una delle valli meno accessibili e meno servite del Ladakh. Entrarvi, da backpacker, è una vera sfida – e presto scoprirai perché: oggi voglio infatti raccontarti la mia esperienza tra le impressionanti montagne dell’Himalaya, tra paesaggi immensi e monasteri sperduti. Il tutto, rigorosamente con lo zaino in spalla, facendo unicamente affidamento sui mezzi pubblici quando presenti … e, soprattutto, sul grande cuore del popolo ladakhi.

L’antico regno dello Zanskar

Regno buddhista indipendente per oltre quattro secoli, lo Zanskar è stato a tutti gli effetti un’entità autonoma a partire dal Decimo secolo, sotto il governo di ben quattro famiglie reali che si sono succedute una dopo l’altra. Una terra senza tempo, che ancora oggi preserva gli usi e i costumi di un popolo che si differenzia profondamente da quelli che abitano le terre più orientali del Ladakh – al di là dell’imponente catena montuosa che separa lo Zanskar dalla Valle di Leh.

Lo Zanskar è quindi uno dei più antichi stati buddhisti indipendenti dell’Himalaya. Sebbene oggi sia parte del Ladakh, le sue valli, che si estendono tra montagne alte più di 5000 metri e che sono tra le più isolate del pianeta, custodiscono tutto il fascino di tradizioni millenarie che non vengono dimenticate.

Arrivare fino a qui è stato tutt’altro che semplice, anzi, è stato un momento davvero complicato del mio viaggio. Ma proprio per questo l’avventura è stata ancora più speciale e indimenticabile!

Kargil e la Valle del Suru in Ladakh

Kargil è la seconda città più grande e importante del Ladakh dopo Leh, tanto che durante i mesi invernali ne diventa ufficialmente la capitale. Può sembrare una cosa bizzarra, ma il Ladakh ha due capitali che svolgono funzioni simili: in passato, oltre a Leh, la seconda capitale designata era la città di Skardu – ora sotto il controllo pakistano e parte della regione del Baltistan – mentre ai giorni nostri è proprio Kargil.

Kargil è una città musulmana, che sorge a ridosso del confine indo-pakistano nell’estremo nord dell’unione territoriale, ed è il capoluogo del distretto omonimo. L’atmosfera che si respira a Kargil è assolutamente diversa da quella di Leh, che invece è a maggioranza buddhista. Una cosa, però, accomuna tutto il Ladakh: l’immensa gentilezza del popolo ladakhi. Un popolo unico, a dispetto di religione, usanze e costumi.

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Veduta sulla città di Kargil.

Oltre ad essere una città davvero particolare da visitare (anche se devo essere onesto e ammettere che a me non è piaciuta poi molto), Kargil è anche un punto nevralgico: mette infatti in comunicazione il Ladakh con Srinagar (nella regione indiana del Jammu & Kashmir), con il Baltistan (oggi zona del Kashmir amministrata dal Pakistan) ed è la porta di accesso settentrionale alla Valle del Suru – e dunque allo Zanskar.

Come raggiungere Kargil da Leh

La città di Kargil è molto ben collegata con Leh, anche se i viaggiatori con meno esperienza possono trovare qualche difficoltà nella pianificazione degli spostamenti: il fatto che Kargil e Leh facciano parte di due distretti differenti, infatti, genera situazioni talvolta poco chiare per chi viene da fuori. Ad esempio, i taxisti che operano nel distretto di Leh non sono autorizzati a trasportare clienti nel distretto di Kargil e viceversa. Se a questo aggiungiamo che i mezzi pubblici, in Ladakh, sono spesso inaffidabili e imprevedibili, il quadro complessivo può facilmente risultare caotico.

Chiariamo una cosa: all’autostazione di Leh, che è il principale hub da cui partono i bus diretti verso la Nubra Valley, il Lago Pangong, Hanle e la Valle dell’Indo, non troverai Kargil tra le mete designate. Io stesso ero convinto che non esistesse un collegamento con la città, prima di parlare con i local e scoprire che ogni giorno da Leh parte un minibus con pochissimi posti a sedere diretto verso Kargil.

Il minibus parte dal parcheggio collocato in faccia all’autostazione di Leh. Non è dato a sapersi esattamente quando, ma indicativamente tra le 7 e le 8 del mattino: in Ladakh funziona così, niente orari precisi! Quindi meglio dimenticare l’orologio e presentarsi alla fermata in anticipo. Se non ci credi, pensa che io ho scoperto solamente dopo una settimana, e per puro caso, di aver regolato l’orario del cellulare su un fuso orario sbagliato!

Anche il costo del biglietto è un dato poco chiaro, ma è davvero economico: ti basteranno pochi spiccioli, da pagare in contanti direttamente all’autista, per raggiungere Kargil. Il viaggio è abbastanza lungo: metti in conto tra le 5 e le 6 ore di viaggio. Durante il tragitto, il minibus effettua diverse fermate, tra cui quella di Lamayuru. Io ho preso il bus proprio da qui, dopo aver visitato il suo famoso monastero arroccato sulle montagne “lunari” del moonland ladakhi. Il minibus arriva a Lamayuru tra le 9 e le 10 del mattino e raggiunge Kargil intorno a mezzogiorno.

Come entrare nella Valle del Suru

Il fiume Suru, affluente dell’Indo, nasce dal Ghiacciaio del Drang-Drung (uno dei più estesi dell’Himalaya) nei pressi del Passo Pensi-La e scorre verso nord dando origine all’omonima valle. Bagna la città di Kargil, che sorge infatti sulle sue rive, e prosegue il suo viaggio nel Baltistan pakistano. La Valle del Suru è un angolo di pace assoluta – dove le città e i grossi centri abitati lasciano spazio a una natura minimamente antropizzata e dove il buddhismo e la religione musulmana convivono armoniosamente.

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Valle del Suru, Ladakh. Il fiume nei pressi di Sankoo.

Dall’autostazione di Kargil partono quotidianamente dei bus diretti verso il villaggio di Sankoo. Più raramente, anche in questo caso non è dato a sapersi quando né con quale frequenza, partono anche degli autobus che raggiungono Parkachik: io non ne ho trovati, ma d’altra parte volevo fermarmi dapprima a Sankoo.

Il villaggio di Sankoo

Ho girato il Ladakh in lungo e in largo, ma non ho trovato eguali al villaggio di Sankoo: potrei definirlo come una realtà a sé stante, che non assomiglia a niente di ciò che avessi già visto nel corso del mio viaggio.

Il villaggio è molto piccolo. È attraversato da una strada principale, dissestata e polverosa, sulla quale si affacciano le poche attività commerciali che ospita: una manciata di negozietti locali, due o tre ristoranti (che io ho trovato chiusi), un paio di ATM (che io ho trovato non funzionanti) e poco altro. Il giorno in cui sono arrivato a Sankoo si era verificata una grossa perdita d’acqua nelle tubature della cittadina e la strada principale assomigliava ad un fiume in piena.

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Sankoo: la strada principale del villaggio.

A Sankoo, per la prima volta nel corso del mio viaggio in Ladakh, sono entrato in contatto con la povertà. Me lo aspettavo, essendo ben consapevole di essermi lasciato alle spalle le aree più turistiche per arrivare a piedi pari in una realtà totalmente differente.

Se il problema dell’elettricità esiste un po’ ovunque in Ladakh, come ho avuto modo di constatare nelle esperienze ad Hanle e nella Nubra Valley, qui si presenta anche quello dell’acqua corrente: un lusso su cui non si può fare affidamento. Nella guesthouse dove mi sono fermato a dormire per la notte, contrattando un prezzo di 5€, l’acqua ha smesso di scorrere nelle tubature nel corso del pomeriggio (appena dopo essermi fatto una doccia) e non è tornata neppure il giorno successivo.

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Veduta sul villaggio di Sankoo e sulla verdissima vallata del Suru.

Sankoo, tuttavia, mi ha aperto una finestra su un lato ancora più umano del Ladakh di quanto non avessi già avuto modo di sperimentare nel corso delle mie esperienze precedenti. Qui il turismo non è neanche lontanamente arrivato e gli stranieri sono visti con strabiliante curiosità, a tratti quasi morbosa. Ciò che mi ha sorpreso, però, è stato riscontrare una totale apertura mentale nei confronti dei visitatori, piuttosto che una chiusura motivata da una scarsa dimestichezza con il turismo.

Te lo assicuro: camminare per le strade di Sankoo è stato come fare un bagno di folla, tante sono state le persone che mi hanno fermato per salutarmi, chiedermi come mi chiamassi, da dove venissi, dove fossi diretto e per augurarmi buon viaggio. Sempre con il sorriso sulle labbra, sempre con una gentilezza e con una dolcezza che non possono lasciare indifferenti.

Cosa vedere a Sankoo

Oltre a godersi la natura, che qui nella Valle del Suru assomiglia davvero molto a quella delle nostre valli alpine, ci sono un paio di cose che vale assolutamente andare a visitare nei dintorni di Sankoo.

Il Buddha scolpito nella pietra

Una di queste è la grande statua del Buddha Maitreya scolpita nella pietra, che si trova nel villaggio di Khartse Khar – a 5 chilometri da Sankoo. Io l’ho raggiunta a piedi, perché non avevo alternative, e ho impiegato circa un’ora. Tieni in considerazione che la posizione indicata da Google Maps non è esatta, quindi non affidarti al classico navigatore: meglio imboccare la strada che esce da Sankoo attraversando il ponte sul fiume Suru e poi camminare verso sud-est fino a trovare i cartelli che indicano il luogo sacro. In caso di difficoltà, rivolgiti ai local: gli abitanti di Sankoo sono molto orgogliosi della statua, che chiamano – con affetto e reverenza – Lord Buddha.

Nei pressi della statua si trovano anche i resti del Forte di Khartse Khar.

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La statua del Buddha scavata nella roccia a Khartse Khar, nei pressi di Sankoo.

L’antico villaggio di Steyangkung

Dopo aver visitato la statua del Buddha scolpita nella pietra vale la pena di allungare la deviazione per raggiungere Steyangkung, un antico villaggio rimasto pressoché identico da 500 anni a questa parte e oggi ancora abitato. Camminare tra le strette stradine dell’antico villaggio è un po’ come tornare indietro nel tempo: un’esperienza che consiglio assolutamente per entrare ancora di più nella storia e nella cultura ladakhi.

A piedi ci vogliono un’ora e mezza da Sankoo e 30 minuti da Khartse Khar.

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L’antico villaggio di Steyangkung, non lontano da Sankoo.

Escursione al Ghiacciaio di Parkachik

I viaggiatori che scelgono di muoversi con i mezzi pubblici, come il sottoscritto, iniziano ad avere serie difficoltà una volta raggiunto il villaggio di Sankoo: gli autobus cominciano a diventare un miraggio. Esiste sempre il fantomatico bus che parte da Kargil e che arriva a Parkachik, ma io non ne ho trovato traccia e anche i local mi sono sembrati abbastanza scettici a riguardo: che si tratti di una leggenda?

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Il massiccio del Nun Kun, due vette di oltre 7000 metri che si ergono al confine tra Ladakh e Jammu & Kashmir.

Dovendo spostarmi verso sud, proprio in direzione del ghiacciaio, ho optato per affidarmi alla generosità dei local e per fare l’autostop. Come ti ho già spiegato in precedenza, qui in Ladakh questa pratica è consueta e sicura! L’unica difficoltà che potresti incontrare, come successo a me, è legata ai checkpoint militari: sebbene non vi siano problematiche relative a particolari permessi, i militari possono fermare comunque i veicoli e hanno la facoltà di porre mille domande prima di lasciarli passare. Nel mio caso, per il gentilissimo signore tibetano che mi stava accompagnando, ci è voluto un po’ per giustificare la presenza di uno straniero a bordo e abbiamo dovuto compilare un sacco di scartoffie prima di poter proseguire.

Lungo il tragitto da Sankoo a Parkachik, talvolta seriamente dissestato, si attraversano paesaggi meravigliosi e dominati dalle vette imponenti dell’Himalaya. Si hanno in particolare degli scorci indimenticabili sul massiccio del Nun Kun, con le sue cime di oltre 7000 metri poste al confine tra il Ladakh e il Kashmir indiano.

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La vetta del Nun nel massiccio del Nun Kun.

Il ghiacciaio di Parkachik si mostra poi in tutto il suo splendore: sofferente, come tutti i ghiacciai del mondo, ma circondato da un’aura potente e quasi inspiegabile. Mi sono fatto lasciare nei pressi di un minuscolo villaggetto ai piedi del ghiacciaio, ben intenzionato a intraprendere il trekking che raggiunge il ghiacciaio. Il percorso è semplice e adatto a tutti, solo un po’ faticoso anche considerando l’altitudine di oltre 4000 mslm.

Dopo aver attraversato uno sparuto gruppo di case si imbocca il sentiero, si raggiunge il crinale e si cammina a vista verso la lingua del ghiacciaio: uno spettacolo indescrivibile. A dimostrazione del fatto che i turisti qui si vedono solamente di rado, durante la passeggiata ho incontrato solamente un pastore – che mi ha raccontato di come il ghiacciaio, fino a qualche decennio fa, occupava tutta l’area fino alla strada principale.

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Il Ghiacciaio di Parkachik.

Rangdum e il suo monastero

A Parkachik terminano definitavamente le opzioni di trasporto pubblico: se non hai a disposizione un tuo mezzo, come nel mio caso, non puoi che fare affidamento sull’autostop. E anche questa opzione diventa particolarmente difficile nel momento in cui le auto che passano sulla strada nel corso della giornata si contano sulle dita di una mano. Io ho dovuto aspettare più di due ore prima di riuscire a trovare un passaggio fino a Rangdum!

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Rangdum: panorama verso le montagne dell’Himalaya.

Rangdum è un altro villaggio di modeste dimensioni, costituito da una manciata di case, pascoli di yak e da poche guesthouse che cercano di affittare stanze a prezzi evidentemente gonfiati e che hanno messo alla prova la mia abilità nel contrattare una somma accettabile. Anche qui la corrente elettrica e l’acqua corrente sono un lusso da non dare per scontato: considera che io ho cenato nella guesthouse letteralmente a lume di candela, perché un blackout aveva interessato tutta la zona. Del resto, queste difficoltà sono solamente un piccolo prezzo da pagare quando, semplicemente affacciandoti alla finestra dopo il tramonto, si staglia sopra di te una Via Lattea nitida e definita come in una fotografia.

Rangdum è famoso inoltre per il suo piccolo monastero costruito in cima a un’altura in una zona particolarmente brulla e aspra del Ladakh: forse questo paesaggio è uno di quelli che definisce meglio di tutti l’essenza di questo territorio sconfinato e selvaggio. Ho inserito il gompa di Rangdum anche nella classifica dei 10 monasteri da non perdere in un viaggio in Ladakh, proprio per la sua posizione a dir poco peculiare. Per raggiungerlo ho dovuto fare la bellezza di 14 chilometri a piedi (tra andata e ritorno) dalla guesthouse, ma ne è valsa decisamente la pena.

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Il suggestivo Monastero di Rangdum nella Valle del Suru in Ladakh.

Il Passo Pensi-La, il Ghiacciaio del Drang-Drung e Padum

Come ormai potrai ben immaginare, anche lasciare Rangdum non è stato semplice: anche in questo caso ho dovuto attendere ore prima di trovare un passaggio per proseguire il viaggio verso sud. A dire la verità, un’opzione quasi sempre fattibile è quella di salire a bordo dei camion, che tuttavia possono impiegare anche tutta una giornata per arrivare nella città successiva a causa delle numerose consegne e deviazioni che devono fare: io ho preferito rischiare e attendere il passaggio di un automobilista.

Nel tragitto tra Rangdum e Padum, che è la cittadina successiva, si supera il Passo Pensi-La a 4400 mslm e si scorge da vicino l’impressionante Ghiacciaio del Drang-Drung – il più esteso del Ladakh appena dopo il Siachen (che si trova nel Karakorum). Di fatto, il passo è anche la porta di accesso all’antico regno dello Zanskar.

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L’impressionante ghiacciaio del Drang-Drung.

Padum è la cittadina più grande di questa parte del Ladakh e la prima di dimensioni modeste che ho incontrato nel mio viaggio da Kargil. A me, personalmente, non ha entusiasmato – ma questo è un ottimo punto di appoggio per andare a visitare i vicini monasteri di Karsha e Phukthal, che sono anche tra i più scenografici e suggestivi dello Zanskar.

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Veduta sul villaggio di Padum, Ladakh.

Per farlo, visto che neppure qui sono contemplati i mezzi pubblici, esistono solo le alternative dei taxi condivisi e dell’autostop. Nel primo caso è abbastanza semplice: il taxi stand si trova esattamente nel centro paese e si può prenotare una corsa andata e ritorno. Il problema è che si tratta di un’opzione molto costosa: per raggiungere Karsha vengono richiesti 50 euro, mentre per Phukthal si arriva facilmente a 90-100€. Considera che non è semplicissimo trovare compagni di viaggio con cui condividere la spesa.

L’autostop, d’altro canto, per andare verso aree non di passaggio è altamente rischioso: la difficoltà non risiede nel trovare un passaggio per raggiungere i monasteri, ma nel trovare successivamente il modo di tornare in città.

Come andare da Padum a Leh

Lo storico autobus della JKRTC che faceva la spola tra Leh e Padum è stato soppresso anni or sono e, allo stato attuale, non esiste alcun collegamento pubblico tra le due città. Per prima cosa, devi sapere che tra Padum e Leh si erge una catena montuosa, solcata da uno storico passo chiamato Shinku-La – collocato a 5050 mslm, in gran parte sterrato e di difficile percorrenza. Il passo è aperto al traffico solamente due giorni a settimana: il mercoledì e la domenica. In tutti gli altri giorni, l’unica via per tornare a Leh è quella che ripercorre a ritroso la Valle del Suru e dunque passa per Kargil e Lamayuru: un viaggio estenuante e lunghissimo – da evitare assolutamente.

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Le montagne dello Zanskar, in Ladakh.

L’autostop è, d’altra parte, un’opzione difficilmente percorribile per tornare a Leh: quasi nessuno è disposto a sobbarcarsi il viaggio attraverso lo Shinku-La, a meno che tu non abbia la fortuna di trovare un local particolarmente avventuroso: di norma anche gli abitanti tendono a seguire la via di Kargil, più agevole e sicura.

Un taxi che copra la tratta dello Shinku-La, ovviamente solo il mercoledì e la domenica, costa tra i 100€ e i 150€: io ho avuto la fortuna di incontrare altri viaggiatori occidentali con cui dividere la spesa. Il van parte da Padum al mattino e raggiunge Leh entro mezzogiorno, attraversando paesaggi mozzafiato che valgono ogni fatica e ripagano assolutamente del viaggio.

Tieni a mente che, nei giorni della settimana in cui il passo rimane chiuso, uno stesso taxi (dovendo affrontare il viaggio per Kargil) costa più di 400€: ecco perché conviene valutare bene gli spostamenti informandosi a dovere con i local! Tuttavia, sappi che in questa parte del Ladakh non tutti parlano inglese e, quando lo fanno, risulta comunque complicato intendersi.

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Zanskar, da Padum a Leh: uno dei paesaggi più particolari del Ladakh.

Il mio viaggio in Ladakh

Viaggiare in Ladakh come backpacker è stata un’esperienza indimenticabile: dal fascino senza tempo della città di Leh, fino ai monasteri buddhisti più suggestivi dell’India e alle valli più selvagge di un territorio immenso e protetto dalle catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya, ho vissuto emozioni a stento trasformabili in parole.

Con i miei racconti di viaggio spero di averti trasmesso anche solo una minima parte di queste sensazioni e delle profonde vibrazioni che hanno contraddistinto ogni singolo attimo trascorso nel Piccolo Tibet: se vuoi approfondire l’argomento, ti aspetto qui sul blog e sui miei canali social 😉

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