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Overtourism: la colpa è sempre dei travel blogger. O forse no?

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Ma sì, dai, sarà sicuramente capitato anche a te: arrivi finalmente in quel luogo su cui hai fantasticato per settimane, dopo averlo visto mille volte in fotografia nei vari post che Instagram ti ha proposto incessantemente nel feed o su un blog di viaggi a caso. Solo che, puntualmente, ad attenderti trovi una fila chilometrica: centinaia, se non migliaia di persone che hanno letteralmente preso d’assalto quell’adorabile posticino che già ti stavi pregustando tutto per te. Comincia lo sconforto. E poi cartacce, spazzatura, incuria in ogni dove. È inutile girarci intorno: il risultato è ben diverso dalle aspettative. È così che, a volte, passa persino la poesia.

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E la colpa di tutto questo, a qualcuno, deve essere data. Giusto?

Se tendo l’orecchio posso già sentire i commenti: la colpa è del TG. Hanno fatto un servizio, proprio la settimana scorsa, ed ecco il risultato! Ah no, è stato quel tale blogger: maledetti influencer, ecco cosa succede quando un posto viene pubblicizzato oltremodo! Andassero a lavorare, no?

Del resto, quando parlo di montagna sui social, sono abituato a ricevere spesso e volentieri commenti del tipo: “Bravo, spiega bene dove si trova quel posto, così poi tutti ci vanno!”. Oppure: “Ci mancava il travel blogger a portarci altra gente!”. Come se il turismo fosse solamente – e necessariamente – una nota negativa.

Di overtourism si parla (giustamente) ormai ogni giorno e ultimamente sento ripetere frasi come queste sempre più spesso. Come credo possiate ben immaginare, la cosa inevitabilmente un poco mi turba. Non tanto perché suona (e, in effetti, è proprio così) come un attacco diretto al lavoro che svolgo ogni giorno con impegno e dedizione, ma anche perché ritengo che questo genere di argomentazioni altro non sia se non un maldestro tentativo di nascondere la testa sotto alla sabbia, un po’ alla maniera degli struzzi. E ora vi spiego perché.

Penso sia utile fare un esempio pratico: parliamo del cerchio di pietre più famoso del mondo! Se avete avuto modo di visitare Stonehenge almeno una volta nella vita (in caso contrario, fatelo e non ve ne pentirete) saprete bene che l’afflusso di turisti che ogni giorno decide di visitarlo è da capogiro: stiamo parlando di oltre 1 milione di visitatori l’anno. Con queste numeriche (spiace davvero per gli odiatori seriali) non c’è blogger o influencer che tenga: in qualunque momento si scelga di visitare Stonehenge, la calca di turisti è garantita. E come potrebbe essere altrimenti, essendo uno dei luoghi più celebri del mondo?

Eppure, posso garantirvi che visitare Stonehenge, persino nei periodi di massima affluenza turistica, è tutto fuorché un’esperienza traumatica. E sapete perché? Perché, molto semplicemente, l’UNESCO e la English Heritage (l’ente che gestisce e protegge, tra molti altri nel Regno Unito, anche questo sito) hanno deciso di affrontare il problema (grande e innegabile) dell’overtourism in modo serio e razionale. Hanno realizzato un ampio parcheggio, controllato il numero di ingressi giornaliero e studiato una soluzione che consenta a tutti i visitatori di godere di una splendida visuale sul cerchio di pietre, di scattare fotografie senza incorrere nel pericolo di ritrarre altri venti turisti molesti davanti ai menhir e, soprattutto … di non stressarsi.

Quello che vedete sotto è Stonehenge, fotografato dal sottoscritto in compagnia di almeno altre centinaia di persone delle quali quasi neanche mi sono accorto.

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Stonehenge, uno dei monumenti più visitati d’Europa.

Quanto influiscono, quindi, le strategie di gestione di un sito di interesse culturale tra i più visitati del mondo sull’esperienza dei turisti e sulla pulizia del luogo stesso? Spoiler: tanto. Anzi, enormemente. Tanto da fare la differenza tra un’esperienza piacevole e una … disastrosa.

Vorrei prendere come termine di paragone, infatti, un altro sito che nulla ha da invidiare a Stonehenge a livello di visitatori che ogni giorno scelgono di raggiungerlo: l’Acropoli di Atene, in Grecia. Ciò che accade quando gli ingressi vengono gestiti in modo superficiale è che si crea una gran confusione: file chilometriche e caotiche nonostante il tentativo (mal riuscito) di spingere a prenotare i biglietti online selezionando una fascia oraria, stress, nervosismo, disorganizzazione. Mettiamoci anche comunicazioni poco chiare e trasparenti da parte del personale presente sul posto, e la frittata è fatta.

Il risultato? Persone arrivate ai tornelli ben in anticipo rispetto all’orario di apertura per acquistare i biglietti si sono sentite rispondere che tutti i posti disponibili nelle prime fasce orarie della giornata erano già stati prenotati online. Dopo aver atteso tutta la mattinata, hanno dovuto visitare l’Acropoli sotto al sole cocente del mezzogiorno, insieme ad altre centinaia di persone che si muovevano liberamente per la collina più famosa di Atene, senza ordine né disciplina, proprio come in un formicaio chiassoso che lascia dietro di sé un gran caos, anche nella forma di rifiuti e cartacce.

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Calca di turisti fuori controllo salendo all’Acropoli di Atene.

Semplici coincidenze? No, suvvia, siamo seri! Basti pensare a cosa succede nella Grande Moschea Bianca dello Sceicco Zayed ad Abu Dhabi, che ogni giorno viene visitata da svariate migliaia di persone – alle quali si aggiungono i non pochi fedeli musulmani. Stiamo parlando di uno dei casi che più mi hanno colpito, in positivo, pensando a come viene gestito quotidianamente il flusso di turisti: un concentrato di efficienza e disciplina che rendono possibile visitare questo gioiello degli Emirati Arabi Uniti senza alcuno stress (e in modo totalmente gratuito), tanto per i turisti quanto per i fedeli. Vi posso garantire di non aver mai visto un luogo pubblico tanto pulito e tanto ordinato.

L’idea è semplice: conoscere in anticipo il numero di persone che arriveranno (la registrazione è obbligatoria e gratuita), predisporre controlli di sicurezza efficienti e realizzare un percorso di visita studiato ad-hoc per evitare ingorghi e consentire di scattare le fotografie nei migliori punti possibili, tali da cogliere i migliori scorci senza avere assembramenti di turisti di fronte. E poi, ovviamente, assicurarsi che i regolamenti vengano rispettati. Se tutto ciò è possibile laddove sussistono particolari e stringenti requisiti di accesso legati alla cultura locale, perché non dovrebbe esserlo in altre circostanze – almeno sulla carta molto più gestibili?

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Il cortile interno della Grande Moschea di Abu Dhabi.

Tutto questo, signori, è inevitabile. Non viviamo più nei tempi in cui le notizie fanno fatica a circolare (e meno male, verrebbe da dire), in cui i posti possono essere tenuti segreti ed essere appannaggio di pochi (non laddove vigono libertà di stampa ed espressione, almeno). Utopistico (e, lasciatemelo dire, persino un po’ stupido) sarebbe pensare che al giorno d’oggi le cose possano andare diversamente.

Vi è poi la situazione in cui, nel giro di poco tempo, un dato luogo conosca improvvisamente un boom di visite. Magari, mettiamo il caso, proprio perché quella meta è stata ripetutamente citata da blog, giornali o chicchessia. E così, se prima era visitata da cento turisti al giorno e tutto andava bene, ora le persone ai tornelli ogni giorno sono migliaia e la situazione è degenerata, con conseguenti lamentele da parte sia della popolazione locale che dei turisti stessi, frustrati da esperienze disastrose.

Niente di più semplice: basti pensare al Lago di Braies, perla delle nostre Dolomiti, da sempre destinazione turistica che, tuttavia, ha visto il numero di visitatori impennarsi negli ultimi 10 anni. Un po’ per la diffusione dei social (noto strumento del demonio, specialmente per chi non sa usarli), un po’ per la pervasività dei media, un po’ perché è stato il set di film e serie tv. E un po’ perché, oggi, tante di più sono le possibilità di viaggiare e conoscere rispetto a qualche tempo fa.

Tutto questo, signori, è inevitabile. Non viviamo più nei tempi in cui le notizie fanno fatica a circolare (e meno male, verrebbe da dire), in cui i posti possono essere tenuti segreti ed essere appannaggio di pochi (non laddove vigono libertà di stampa ed espressione, almeno). Utopistico (e, lasciatemelo dire, persino un po’ stupido) sarebbe pensare che al giorno d’oggi le cose possano andare diversamente.

Di fronte a ciò si può scegliere: fare finta di niente e continuare a lamentarsi, oppure cominciare ad agire per cambiare le cose. A Braies, negli ultimi anni, sono state introdotte diverse misure di controllo che hanno limitato gli accessi e impedito ai veicoli a motore di raggiungere il lago nei periodi critici dell’anno. Sono stati potenziati i mezzi pubblici ed è stato favorito un turismo più sano. E questo è solo un esempio. Non dobbiamo scandalizzarci di fronte a queste iniziative, ma semplicemente accettarle e adattarci, perché, di alternative, concretamente non ce ne sono.

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Le celebri barchette ormeggiate al Lago di Braies.

Ma non è finita qui, no di certo! Perché le critiche non vanno mosse solamente verso chi ha il compito di gestire e controllare l’afflusso di turisti. Non sarebbe giusto e suonerebbe anche un po’ falso. Se aumentano i turisti, aumentano logicamente anche la sporcizia e i casi di disordine e devastazione. Nel sud-est asiatico ho visto luoghi naturali consumarsi e deteriorarsi dietro all’assalto di orde di turisti chiassosi e irrispettosi. Cultura e tradizioni locali schiacchiate da un’occidentalizzazione che mette i brividi. In Europa, luoghi sacri venire profanati, edifici storici e monumenti vandalizzati.

Questa, probabilmente, è la più dannosa eredità che il mondo di oggi lascerà alle generazioni future: la più totale mancanza di valori in nome di un consumismo malato e privo di empatia.

La responsabilità di deturpamenti e situazioni disastrose è, almeno nella gran parte dei casi, anche dell’incuria e della totale mancanza di rispetto che gli stessi turisti nutrono nei confronti dei luoghi che visitano.

L’idea è sempre più quella di viaggiare per moda, per sfizio, per lusso, pochi sono al giorno d’oggi i viaggiatori puri che scelgono consapevolmente una meta, curiosi di scoprire una cultura diversa o di entrare in contatto con nuove realtà. Si arriva in un posto, si scatta una foto in modo quasi disinteressato, la si condivide sui social e si mette una spunta per poi passare al prossimo obiettivo sulla lista. In barba al fatto che alcune esperienze possano non essere etiche, sostenibili o rispettose della cultura e delle tradizioni locali, ma anche della flora e della fauna. Ma che importa, in un mondo in cui ciascuno pensa solamente a sé stesso?

Questa, probabilmente, è la più dannosa eredità che il mondo di oggi lascerà alle generazioni future: la più totale mancanza di valori in nome di un consumismo malato e privo di empatia.

No, signori, il problema non è quindi che troppi turisti scelgano di visitare un certo posto, né che quel posto salga di colpo alle luci della ribalta per quasivoglia ragione. Il problema è che non siamo capaci di amare. Di provare rispetto. Di riconoscere la bellezza intorno a noi e prendercene cura come se fosse nostra.

No, signori, il problema non è quindi che troppi turisti scelgano di visitare un certo posto, né che quel posto salga di colpo alle luci della ribalta per quasivoglia ragione. Il problema è che non siamo capaci di amare. Di provare rispetto. Di riconoscere la bellezza intorno a noi e prendercene cura come se fosse nostra. Forse, quindi, bisognerebbe in prima battuta guardare al quadro completo prima di sfogare rabbia e frustrazione sugli altri; smettere di nascondere la testa sotto alla sabbia e guardare alle cose con più razionalità; riconoscere che, forse, con un po’ di buonsenso e un po’ di sana educazione, la maggior parte delle situazioni per cui ci si lamenta sarebbe risolvibile.

Quello del turismo di massa – dell’overtourism – è un grosso e innegabile problema, non solo limitatamente alle città e ai luoghi di interesse culturale, ma anche agli ambienti naturali e montani un tempo meno noti. Non a caso ho scelto di dedicare buona parte del mio ultimo libro a questa tematica, cercando si spronare in maniera costruttiva le persone che desiderano approcciarsi alla montagna a farlo in modo più sano, consapevole e sostenibile.

La colpa di tutto questo, tuttavia, non può ricadere su chi, di professione (ma soprattutto con grande passione) cerca di raccontare al grande pubblico quanto di bello nel mondo ci sia. Su chi, in un mondo fatto di cattiverie, guerre e devastazioni continue, in fin dei conti desidera solamente fare luce sulla bellezza che ci circonda.

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